RIFERIMENTI STORICI

Dal 1975 circa 200.000 sahrawi vivono in campi profughi collocati nei pressi di Tindoüf, in Algeria. Il Sahara Occidentale è stata una colonia spagnola sin dalla seconda metà del 1800, successivamente, nel 1973, sull'onda dei movimenti indipendentisti africani nasce il Fronte Polisario, movimento per l'indipendenza del Sahara Occidentale. A partire dagli anni Sessanta l'Onu sollecita la Spagna ad avviare un processo di decolonizzazione tramite un referendum, insistendo più volte nel corso degli anni successivi. Con la morte di Franco, nel 1975, la Spagna divide il territorio coloniale del Sahara Occidentale lasciando il nord al Marocco e il sud alla Mauritania che invadono così il paese, pronti a dividersi il territorio e le ingenti risorse naturali. Nonostante l'Assemblea Generale Onu e la Corte Internazionale di Giustizia deplorino questa invasione, inizia un'escalation di violenza e bombardamenti che costringe parte della popolazione saharawi alla fuga verso la frontiera algerina, dove risiede tuttora sotto la protezione dell'Onu. Nel 1976, al ritiro definitivo degli spagnoli il Fronte Polisario proclama la nascita della Repubblica Democratica Araba Sahrawi (RASD).
Il Marocco in piena guerra dal 1982 al 1987, costruisce un muro difensivo (1982) lungo circa 2.700 km, con un'altezza che varia dai 4 ai 30 metri. Il muro di sassi e di pietra ha come scopo proteggere la zona economicamente rilevante (miniere di fosfati, ferro e coste pescosissime) dalle rivendicazioni del Fronte Polisario. Lo sfruttamento delle ricchezze del Sahara Occidentale da parte del Marocco è stato più volte condannato dall'Onu, mentre l'Unione Europea continua a firmare accordi di pesca sebbene ritenuti illegali. Il muro che divide il Sahara Occidentale ha inoltre un costo elevatissimo per l'economia marocchina, se si pensa che sono circa 160.000 i soldati impegnati nel controllo di questa frontiera e assieme al mantenimento del muro il costo ammonta a circa 1.000.000 euro al giorno.
I Saharawi che vivono da trentacinque anni nei campi profughi hanno realizzato un'importante e peculiare esperienza politica e sociale: la costruzione di uno «Stato in esilio» composto da una popolazione profondamente pacifica e ostinatamente fiduciosa negli esisti positivi della diplomazia Onu. D'estate la temperatura supera i 55 gradi e il sostentamento, garantito dall'Onu, arriva solo dall'estero e con scarsa regolarità. Le tendopoli sono divise in distretti regionali (Wilaya) e in comuni (daira), che portano gli stessi nomi delle città Sahrawi dei territori occupati. In questo modo, attraverso l'organizzazione spaziale dei campi, si ricrea l'identificazione ed il legame con la patria di origine.
Dopo anni di guerra, nel 1988, vengono firmati gli accordi di pace con la mediazione delle Nazioni Unite che prevedono il cessate il fuoco, la celebrazione di un referendum di autodeterminazione per scegliere tra indipendenza o integrazione al Marocco, il dispiegamento di forze Onu tramite la costituzione della Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale). Dal 1994 ha inizio l'identificazione degli aventi diritto al voto. Tale operazione è stata più volte arrestata per via di ostacoli e impedimenti posti dalla parte marocchina, ma dopo un lungo periodo di stallo è stata ripresa nel 1997 fino ad arrivare alla pubblicazione della lista dei votanti da parte delle Nazioni Unite (1999). Il Marocco rifiuta tale lista fino ad arrivare, nel 2005, a respingere ogni soluzione al conflitto che preveda il referendum di autodeterminazione. Ancora oggi, dopo oltre trentacinque anni i sahrawi aspettano che questo referendum abbia luogo.
Nel 2005 si scatena una nuova ondata di proteste nei territori occupati nota come "Intifada sahrawi": la repressione è violentissima, i principali leader nazionalisti sono incarcerati e condannati. Tra loro Aminetou Haidar, nativa e tuttora cittadina del Sahara Occidentale, desaparecida per undici anni nelle carceri marocchine, liberata grazie alle pressioni di Amnesty International, insignita di vari riconoscimenti internazionali, cittadina onoraria di Napoli. A dicembre 2009 inizia un lungo sciopero della fame, durato ventitré giorni, perchè si è rifiutata di definirsi cittadina marocchina ed essere deportata, contro la sua volontà e senza documenti, in Spagna. È ritornata nel suo paese occupato, grazie alla pressione internazionale sul Marocco, senza aver trattato su nessuna delle sue richieste. Purtroppo, da settembre 2009 sono stati incarcerati altri sette militanti dei diritti umani perché accusati di alto tradimento alla patria per aver sostenuto il Piano di Pace Onu e continuare a pretendere la celebrazione del referendum di autodeterminazione come diritto di un popolo e principio alla base delle Nazioni Unite.

A cura del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP)

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I CAMPI PROFUGHI SAHRAWI IN ALGERIA

Con l'invasione del Sahara Occidentale da parte dell'esercito marocchino nell'ottobre 1975, gran parte della popolazione sahrawi è costretta a fuggire nel deserto verso la frontiera con l'Algeria che ospita questo popolo nell'emergenza, mettendo a disposizione terra desertica attorno a punti d'acqua. I rifugiati vengono immediatamente riconosciuti dalla Comunità Internazionale e presi in carico dall'Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR). I profughi si accampano a ovest della città di Tindoüf, in una località chiamata Hassi Rubinet. Nasce subito la Meza Luna Rossa Sahrawi, organo governativo per il coordinamento degli aiuti e la distribuzione dei beni a tutta la popolazione. La popolazione viene suddivisa in tre, poi in seguito quattro grandi circoscrizioni (Wilaya) che si suddividono a loro volta in comuni (daira) e quartieri (barrios). I nomi delle località riportano le citta d'origine del Sahara Occidentale. Le wilyaya sono: Smara, Dakhla, Al Aiun, Ausserd. Anche lo stato è in esilio, infatti nei campi dei rifugiati ha sede il governo presieduto da un primo ministro e rappresentato dal presidente eletto che è anche segretario generale del Fronte Polisario.
Il governo funziona attraverso i ministeri arrivando capillarmente fino all'ultimo quartiere. Uno sforzo particolare è rivolto all'educazione e alla sanità. Tutti i giovani hanno accesso alla scuola elementare, l'assistenza sanitaria è garantita a tutta la popolazione.
La sopravvivenza dipende esclusivamente dall'aiuto esterno a iniziare dalle Nazioni Unite tramite le sue agenzie: ACNUR e PAM (Programma Aiuti Mondiale). Negli anni si sono aggiunte anche altre risorse importanti a causa dei ritardi e dell'insufficienza di tali aiuti. Dalla meta degli anni '90 si è attivata anche l'Unione Europea e alcuni degli stati europei e occidentali. Anche i movimenti di solidarietà e le ONG internazionali hanno partecipato, oltre che a difendere il diritto all'autodeterminazione e i diritti umani, al sostegno alimentare e logistico. Fin dai primi anni si sperimentano forme di coltivazione in una regione che non aveva mai conosciuta una simile esperienza. La produzione di ortaggi è riservata alla fascia più debole della popolazione: bambini, vecchi e malati. Con l'aiuto esterno si sperimenta l'allevamento di polli. Si diffonde poi il piccolo allevamento individuale di capre e cammelli e, a partire dagli anni '90, il denaro comincia a circolare, perché la Spagna riconosce le pensioni al personale sahrawi civile e militare, che ha prestato servizio sotto l'amministrazione coloniale. Ciò consente di integrare l'alimentazione e l'acquisto di alcuni beni di consumo sul mercato algerino o attraverso gli scambi con la Mauritania. Negli ultimi anni, una parte dei profughi è emigrata all'estero, in Spagna in particolare, e con le rimesse consente alle famiglie rimaste nei campi di sopperire alle incertezze dell'aiuto umanitario, sempre più insufficiente ed irregolare. Inoltre dal 1997 la Spagna ha concesso la pensione anche ai sahrawi che avevano militato nell'esercito sotto il periodo coloniale.
Le regioni Emilia- Romagna e Toscana hanno promosso azioni coordinate di intervento attraverso la cooperazione decentrata, ma la solidarietà coinvolge, con diverse modalità, gli enti locali di tutte le regioni italiane.

Per le agenzie umanitarie:
Acnur, per gli interventi in Algeria: link
Pam, per le operazioni correnti: link
ECHO: link

Per la cooperazione italiana, si veda in particolare:
Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP): link
Regione Toscana: link
Regione Emilia Romagna: link

A cura del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP)

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VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI NEL SAHARA OCCIDENTALE

I difensori dei diritti umani sono specialmente presi di mira da questa politica del terrore, portata avanti dalle forze di polizia marocchine in completa impunità. Ai difensori dei diritti umani si rifiuta sempre di rilasciare il passaporto, vengono confiscati i documenti e per una ragione o un'altra vengono sottoposti ad interrogatori intimidatori. Spesso sono accusati di essere gli istigatori delle manifestazioni di protesta e vengono trasferiti in città marocchine in modo da allontanarli dai territori del Sahara Occidentale, riducendoli così al silenzio.Si chiudono le loro sedi, si licenziano abusivamente i lori membri.
Centinaia di cittadini sahrawi, circa cinquecento, risultano scomparsi "nei giardini segreti" di Hassan II tra il 1975 e gli inizi del 1990. Si tratta delle carceri di Kallat M'Gouna, di Agz e della famigerata Tazmamart, del Carcel Negro di El Ayoun, ma anche in Marocco, a Ait Melloul, di Inzegane di Derb Moulay e di Kenitra. Oggi sappiamo quello che succede attraverso libri e testimonianze scritte da Ali Bouréquat ("18 ans de solitude"), da Midhat Bouréquat ("Mort vivant"), da Malika Oufkir ("Prisonière"), da Ahmed Marzouki ex-sottufficiale dell'esercito marocchino ("Tazmamart").
Dal Sahara Occidentale qualcuno riesce a raccontare: Mohamed Fadel Leili aveva diciassette anni quando insieme a suo padre, sua madre, sua sorella di ventidue anni e suo fratello di quattordici anni fu deportato ad Agz e poi a Kalaat M'Gouna. Ne uscirono dopo quindici anni senza sapere il perché di quella terribile incarcerazione. Suo fratello dopo otto anni d'isolamento con mani e piedi incatenati, era impazzito. Fu trovato morto qualche tempo dopo la sua liberazione sulla spiaggia di El Ayoun. Suo padre morì il giorno dopo la sua liberazione. Oggi Mohamed Fadel Leili è diventato avvocato, quando gli si domanda il perché della sua scelta risponde «per difendere i più deboli, quelli che non sanno di avere dei diritti...». Il 7 novembre 2001 Mohamed Daddach, condannato a morte, incarcerato per ventiquattro anni è finalmente libero. Viene accolto come un eroe a El Ayoun, capitale del Sahara Occidentale occupato, centinaia di sahrawi sfilano davanti a lui, lo abbracciano, lo toccano, lo stringono a sé. Quest'uomo che tutti credevano morto è tornato, malgrado la salute precaria per le torture subite e gli scioperi della fame che lo hanno indebolito.
Anche l'accesso agli stranieri è ostacolato. Le commissioni di osservatori internazionali ai processi sono molto sorvegliate e pedinate. Vengono arrestate le persone sahrawi che si sono prestate da traduttori (si vedano le relazioni degli osservatori ai processi sul sito www.ossin.it). È stato vietato in passato l'ingresso nel Sahara Occidentale a Danielle Mitterand presidente di France Libertè. Nel famigerato Carcel Negro di El Ayoun i detenuti sahrawi, che vivono in condizioni crudeli e degradanti, organizzano diversi scioperi della fame. Dopo la liberazione spettacolare di Mohamed Daddach la festa sembra essere terminata, il bastone è ricaduto duramente sulle spalle dei civili sahrawi, la repressione è diventata più sottile. Viene negata l'uscita dal Marocco allo stesso Mohamed Daddach, insignito nel 2002 del premio della Fondazione Rafto per i Diritti dell'Uomo (Norvegia) e alla delegazione dei famigliari degli scomparsi sahrawi invitati a Ginevra dal Bureau Internazionale per il Rispetto dei Diritti Umani nel Sahara Occidentale (BIRDHSO), per ascoltare la loro testimonianza.
Il 26 agosto 2002 Ali Salem Tamek del Consiglio nazionale del FVJ è arrestato. Durante la sua incarcerazione sua giovane moglie viene prelevata brutalmente da cinque poliziotti marocchini che dopo minacce e insulti la violentano davanti alla sua bambina di soli tre anni. Oggi vive rifugiata in Spagna. Il 18 giugno 2003 il tribunale di prima istanza di El Ayoun decide di sciogliere la sezione Sahara del FVJ per «attività non conformi ai suoi statuti, illegali e separatisti». Il verdetto comprende ugualmente il divieto di riunione per i membri della sezione, la chiusura del locale e la liquidazione dei beni del Bureau esecutivo del Forum Verità e Giustizia. Nel 2005 nei territori occupati del Sahara Occidentale nasce fra la popolazione un movimento di resistenza civile non violenta conosciuto come Intifada per l'indipendenza, una nuova strategia della resistenza del popolo sahrawi contro l'occupazione del suo territorio da parte dell'esercito marocchino. Gli arresti di giovani sono sempre più frequenti, sono presi di mira i licei e le università, il rapimento e la scomparsa forzata sono sempre attuali, le persecuzioni e le intimidazioni sempre più numerose, mentre viene interdetto ai sahrawi di lasciare il territorio e i licenziamenti dal lavoro sono all'ordine del giorno.
Ricordiamo, infine, la storia di Aminattou Haidar, non tanto diversa da quella di centinaia di donne sahrawi. Aminetou Haidar, quarantadue anni, è stata arrestata quando aveva appena vent'anni mentre manifestava per il diritto all'autodeterminazione in una città del Sahara Occidentale. È scomparsa per undici anni di cui quattro passati bendata senza vedere mai la luce. Su forte pressione di Amnesty International è stata scarcerata nel 1987, poi incarcerata nuovamente per aver manifestato il giorno della donna, l'8 marzo. Dopo essere stata torturata violentemente e ripetutamente, i maltrattamenti subiti le hanno lasciato forti problemi di salute. Aminetou Haidar ha ricevuto negli ultimi anni molti premi internazionali per il coraggio civile e la difesa pacifica dei diritti umani. È stata candidata per il Premio Nobel per la Pace. Ha portato avanti uno sciopero della fame per ventitré giorni, nel dicembre 2009, all'aeroporto di Lanzarote, in Spagna, dove è stata portata contro la sua volontà dal Marocco perché si rifiuta di dichiararsi cittadina marocchina. Ha rifiutato anche la cittadinanza e l'asilo politico offertale dalla Spagna.
La presenza di osservatori internazionali ai processi è molto importante anche solo per evitare condanne senza criterio, come da 10 a 20 anni, per una semplice manifestazione e che si sono ridimensionate a 1 o 2 anni. Molti organismi internazionali seguono con più attenzione quello che succede nei territori occupati. Amnesty International ha denunciato più volte queste violazioni. Il Consiglio generale degli avvocati spagnoli (CGAE) nel suo rapporto denuncia «le gravi violazioni delle norme e dei trattati internazionali» commesse dalle autorità marocchine nei processi ai militanti sahrawi. Human Right Watch (dicembre 2008) lancia un appello al Consiglio di Sicurezza perché il mandato della Minurso (Missioni delle Nazioni Unite per l'organizzazione del Referendum nel Sahara Occidentale) sia esteso all'osservazione e alla sorveglianza della situazione concernente i diritti umani, sia nei Territori Occupati che nei campi di rifugiati di Tindoüf.
Da settembre 2009 sono stati incarcerati sette militanti dei diritti umani perché accusati di alto tradimento alla patria per continuare a sostenere il Piano di Pace Onu e pretendere la celebrazione del referendum di autodeterminazione. Per questo dovranno essere giudicati da un tribunale militare e non civile. Sono in sciopero della fame per protesta. Il Marocco oltre ad occupare illegalmente il Sahara Occidentale, ne amministra illegalmente le risorse economiche e la giustizia. I sahrawi rifiutano i processi perché amministrati dal governo del Marocco, nonostante le numerose pressioni affinché il Consiglio di Sicurezza dia anche alla Minurso il mandato di vegliare per il rispetto dei diritti umani. Tuttora la Minurso è l'unica missione Onu in zone di conflitto a non avere anche questo mandato.

Documenti da consultare:
Amnesty International: link link
Human Rights Watch: link
Osservatorio internazionale per i diritti (Italia): link
Afapredesa: link
Birdhso: link
Arso: link

Rapporti:
Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra: link link
Human Rights Watch: link

A cura di Giulia Olmi del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP) e Jacqueline Philippe Pampiglione, Bureau Internazionale per il Rispetto dei Diritti Umani nel Sahara Occidentale (BIRDHSO).

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I PIANI DI PACE DELL'ONU

Nell'agosto 1988 il Marocco e il Fronte Polisario accettano il piano di regolamento proposto dal segretario generale dell'Onu, che prevede un referendum di autodeterminazione che consenta di scegliere, senza costrizioni militari o amministrative, tra l'indipendenza o l'integrazione al Marocco, sotto la sorveglianza dell'Onu. Il censimento effettuato dagli spagnoli nel 1974 (circa 74.000 abitanti) è ritenuto l'unico riferimento per la composizione del corpo elettorale, da aggiornare per tener conto di nascite e decessi e di coloro che, recensiti nel 1974, hanno abbandonato il Sahara Occidentale (S.O.).
Sono necessari tre anni di trattative, inframmezzati dal primo faccia a faccia tra il re marocchino Hassan II e il Polisario (gennaio 1989) per arrivare ad un piano di regolamento particolareggiato nell'aprile 1991, sulla base del quale il Consiglio di sicurezza (CdS) dà il via alla sua attuazione e alla missione di caschi blu denominata "Minurso" (Missioni delle Nazioni Unite per l'organizzazione del Referendum nel Sahara Occidentale). Il piano definitivo contiene tuttavia, su pressione del Marocco, modifiche all'accordo del 1988, in particolare, criteri più ampi per la lista degli elettori. Il Marocco pratica subito l'ostruzionismo: moltissime domande di iscrizione nella lista sono palesemente di cittadini marocchini. Il 6 settembre dello stesso anno viene proclamato il cessate il fuoco. Poiché non tutti gli adempimenti del piano sono pronti, a cominciare dalla lista degli elettori, il Marocco ottiene che il cessate il fuoco non sia considerato come inizio del periodo di transizione che avrebbe affidato all'Onu larghi poteri sul territorio. Il Polisario si mobilita per trasferire in patria i rifugiati per il voto previsto a gennaio 1992, ma è costretto ben presto a sospendere i preparativi.
Il Marocco continua ad ostacolare la compilazione della lista degli elettori e la "Minurso" è ridotta a fare da spettatrice alle continue violazioni del cessate il fuoco da parte del Marocco, tanto che nel dicembre 1991 il rappresentante speciale dell'Onu, lo svizzero J. Manz, si dimette in polemica con l'accondiscendenza del segretario generale dell'Onu verso il Marocco. A partire dal 1992 si ingaggia la battaglia sui criteri per la compilazione della lista degli elettori. Il nuovo segretario generale Boutros Ghali è per un compromesso favorevole al Marocco (superamento del censimento spagnolo come base). Il CdS approva l'ampliamento dei criteri di iscrizione nella lista che implica di fatto il rifacimento del censimento su base tribale.
L'identificazione degli elettori inizia solo nell'agosto 1994. Su 242.000 domande, 183.000 sono avanzate dal Marocco, nel frattempo solo 61.000 dei 74.000 abitanti recensiti dagli spagnoli sono ancora in vita. I problemi più seri nascono quando sono esaminati i gruppi tribali più controversi. Il Polisario denuncia i tentativi di snaturare la lista degli elettori. Il CdS prende atto del disaccordo tra le parti e sospende le operazioni nel maggio 1996. La situazione si sblocca con la nomina di James Baker, ex segretario di Stato americano, come inviato personale del segretario generale dell'Onu (Kofi Annan), di fatto il mediatore tra Marocco e Polisario. Col suo intervento, l'accordo di Houston (settembre 1997) fissa la procedura per proseguire l'identificazione, che incontra nuove difficoltà e le operazioni si concludono solo il 30 dicembre 1999.
Bilancio dell'identificazione (1994-99): 198.469 persone interrogate, 86.386 ammesse a votare, 134.000 ricorsi, quasi tutti presentati da Rabat. Di fronte ai ricorsi e agli ostacoli posti dal Marocco al loro esame, il piano dell'Onu si arena. Il segretario generale nel maggio 2000 suggerisce la ricerca di una strada alternativa, la cosiddetta "terza via" sostenuta dalla Francia. Nell'incontro diretto col Polisario (Berlino, 28 settembre 2000) Rabat si dichiara favorevole all'autonomia del S.O. sotto sovranità del Marocco.
Il segretario generale ritiene inapplicabile il piano dell'Onu e suggerisce al CdS un "accordo-quadro" (cinque anni di transizione, poi referendum con diritto di voto ai residenti nel S.O. da almeno un anno). Il Polisario rifiuta nettamente qualsiasi alternativa, che considera un tradimento dell'Onu al suo stesso piano di pace.
Il CdS ribadisce il piano di pace ma invita le parti a discutere l'accordo-quadro (giugno 2001).
J. Baker prepara un nuovo piano di autonomia (il nuovo Piano di pace), che prevede un periodo di 4-5 anni di autonomia e la possibilità per i coloni marocchini stabilmente residenti nel S.O. di votare; il referendum verte sulle opzioni condivise dalle parti. Il piano viene accettato dal Polisario ma respinto dal Marocco, il CdS invita le parti a discuterlo (luglio 2003). Dopo un anno di inutili tentativi J. Baker si dimette (giugno 2004).
Su proposta del CdS, dall'estate 2007 riprendono i colloqui diretti Polisario-Marocco in vista di una soluzione condivisa che rispetti tuttavia il diritto all'autodeterminazione. Il Marocco insiste perché l'autonomia sia l'unica opzione a poter essere sottoposta ad un eventuale referendum.

Dal sito della Minurso (Missioni delle Nazioni Unite per l'organizzazione del Referendum nel Sahara Occidentale) è possibile collegarsi ai principali documenti dell'Onu sul Sahara Occidentale:
link

A cura del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP)

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TERRITORI ANCORA DA DECOLONIZZARE

Ci possono essere criteri diversi per giudicare se un territorio, sottoposto alla colonizzazione, ha o meno esercitato il suo diritto all'autodeterminazione. L'Assemblea generale (A.G.) delle Nazioni Unite, a seguito delle due sue Risoluzioni del 1960, ha creato l'anno successivo un Comitato speciale per la decolonizzazione, al fine di seguirne il processo, e stabilito una lista ufficiale di territori non ancora autonomi. Oggi rimangono ancora sedici territori da decolonizzare iscritti sulla lista dell'A. G. dell'Onu. L'ultimo territorio iscritto nella lista e che vi figura ancora è la Nuova Caledonia, nel 1986, in quanto colonia francese.
Il Sahara Occidentale risulta essere l'ultima colonia ancora esistente in Africa, il più vasto e anche il più popoloso perché il censimento marocchino del 2004 stima a oltre 400.000 persone gli abitanti della zona occupata. Va inoltre sottolineato che questo territorio è anche l'unico presente nella lista senza l'attribuzione della corrispettiva potenza amministrante, poiché la Spagna, al momento del ritiro definitivo dalla sua colonia (26 febbraio 1976), aveva comunicato all'Onu di ritenersi ormai libera da ogni responsabilità di carattere internazionale relativa all'amministrazione del territorio. Gibilterra figura come l'ultima colonia in Europa.
Ad eccezione del Sahara Occidentale e di Gibilterra, tutti i territori ancora non autonomi sono isole o gruppo di isole. La metà di queste isole sono concentrate nei Carabi. L'isola di Pictarin è il territorio più piccolo (5 kmq) e meno popolato (46 abitanti). Le potenze amministranti sono complessivamente quattro, ma è il Regno Unito ad amministrare da solo oltre il 60% dei territori non autonomi (10 su 16).
Da questa lista appare evidente che mancano alcuni territori che pure sono stati oggetto di controversie di natura coloniale in questi ultimi anni. Basti pensare a quelle tuttora esistenti tra la Spagna e il Marocco.
Il Marocco rivendica, infatti, come suoi territori le due enclave spagnole della sua costa mediterranea, Ceuta e Melilla, le isole di Chafarainas e alcune isole minori, tra cui lo scoglio di Perejil che ha infiammato l'estate del 2002 per un tentativo di recupero manu militari da parte di Rabat, fieramente contrastato dall'esercito spagnolo. In Africa manca anche l'isola di Mayotte che ha rifiutato l'indipendenza dalla Francia e ha fatto secessione dall'Unione delle Comore e si è nuovamente legata alla Francia. Le Comore la rivendicano come proprio territorio, ma la richiesta si è sempre scontrata con il veto della Francia.
Nei Carabi manca ad esempio Guantanamo che Cuba rivendica agli Usa, o Portorico, liberamente associato agli Usa, ma per il quale un partito nazionalista si batte per l'indipendenza: i portoricani sono di fatto cittadini americani senza diritto di voto nelle elezioni presidenziali. Manca anche la Groenlandia, attualmente unita alla Danimarca, ma non ancora parte dell'Unione Europea, in marcia verso il diritto all'indipendenza dell'isola non solo formale, come espresso nel referendum sull'autogoverno a novembre 2008.

Il sito Onu sulla decolonizzazione: link

A cura del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP)

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